Discussione generale
Data: 
Lunedì, 13 Aprile, 2026
Nome: 
Federiico Gianassi

A.C. 2721​ e abbinata

Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, il provvedimento in esame che reca “Disposizioni sanzionatorie a tutela dei prodotti alimentari”, già approvato dal Senato, affronta un tema che, il gruppo del Partito Democratico, considera estremamente rilevante, cioè la lotta alla contraffazione alimentare e al made in Italy, un fenomeno che danneggia, in modo sistematico, il nostro sistema economico produttivo e la nostra filiera agroalimentare. Si tratta, infatti, di contrastare un mercato parallelo enorme che, a livello globale, vale decine di miliardi di euro; prodotti che evocano l'italianità senza averne alcun legame formale, reale e sostanziale e sottraggono valore alle nostre filiere; ingannano i consumatori e minano la credibilità delle nostre eccellenze. Da questo punto di vista, dunque, il provvedimento introduce alcuni elementi che noi giudichiamo positivi: ad esempio, la rivisitazione del sistema sanzionatorio, il rafforzamento di fattispecie penali contro le frodi agroalimentari, una maggiore attenzione alla tracciabilità e alla tutela delle denominazioni DOP e IGP. Sono strumenti, certamente necessari, e, dunque, il Partito Democratico ritiene che, in relazione ad essi, si possa esprimere un apprezzamento. Tuttavia, poiché il tema è estremamente rilevante, dobbiamo anche dire, con chiarezza, che questo intervento non è sufficiente; non è sufficiente perché affronta un problema strutturale con un approccio, quasi esclusivamente, certamente e prevalentemente, repressivo. Si interviene sul sistema sanzionatorio: vengono rimodulate le pene, si introducono nuovi reati, ma non viene affrontato un aspetto che è dirimente, cioè la prevenzione e il rafforzamento dei controlli, il coordinamento tra le autorità e il sostegno concreto alle imprese che operano nella legalità. Le più recenti analisi sul fenomeno della contraffazione alimentare evidenziano, infatti, come il problema sia sempre più di scala internazionale. Dunque, l'attacco al modello italiano avviene, soprattutto, nei mercati esteri dove la capacità dell'intervento nazionale è più limitata e dove, dunque, servirebbero strumenti più incisivi, come gli accordi di cooperazione commerciale, azione di natura diplomatica, una strategia europea forte e coordinata. I dati, da questo punto di vista, sono, infatti, impietosi. Se, in Italia, l'86 per cento dei consumatori acquista i prodotti nazionali controllandone l'origine, la percentuale, all'estero, si riduce significativamente, non oltre il 45 per cento dei consumatori dichiara di avere fatto tale verifica. Allora, la domanda che ci poniamo è: può una legge nazionale, che si limita a irrigidire il quadro sanzionatorio nazionale, risolvere un problema su scala globale? La nostra risposta, con onestà, è: no.

Poi, c'è un ulteriore punto che riteniamo estremamente problematico: il provvedimento aumenta gli obblighi lungo la filiera, però, non sempre accompagna questi nuovi oneri con adeguate risorse: pensiamo ai consorzi di tutela, ai piccoli produttori, alle imprese agricole. Chiediamo loro di fare di più, ma non forniamo strumenti proporzionati per farlo: questo è, particolarmente, problematico, se consideriamo il contesto economico in cui il settore si trova ad operare. I dati più recenti ci dicono che il sistema agroalimentare italiano rappresenta uno dei pilastri della nostra economia; il valore aggiunto diretto di agricoltura e industria alimentare supera gli 80 miliardi di euro e, considerando l'intera filiera, si arriva a circa il 15 per cento del prodotto interno lordo nazionale; l'export agroalimentare tocca livelli, davvero significativi, sfiorando i 70 miliardi di euro annui e si conferma uno dei principali motori della crescita del nostro Paese.

Si tratta di centinaia di migliaia di imprese, talvolta piccole e medie, che non solo producono reddito, lavoro ed economia, ma presiedono anche il territorio, tutelano il paesaggio, contribuiscono in modo determinante alla tutela della identità culturale italiana. Per questo, dobbiamo essere consapevoli anche delle difficoltà straordinarie che la filiera sta attraversando. I conflitti internazionali stanno producendo effetti anche sul sistema agroalimentare; quei conflitti così assurdi, le aggressioni illegali degli Stati Uniti, che si arricchiscono ogni giorno di un linguaggio intollerabile. Come ha detto prima il collega Casu, ad esempio, gli attacchi clamorosamente ingiusti e intollerabili del Presidente Trump contro il Pontefice, rispetto ai quali ci aspettiamo - ci sorprendiamo che non sia ancora successo - una presa di posizione chiara della Presidente del Consiglio (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista), che non può avere paura di turbare Donald Trump, anche quando questo attacca in modo ignominioso il Pontefice.

Insomma, lo scenario globale sta producendo un sovraccarico dei costi energetici, incertezza sui trasporti. Tutto questo crea un grave danno anche alla filiera agroalimentare. Dunque, l'Italia porta una quota molto rilevante del proprio fabbisogno energetico ed è esposta enormemente all'oscillazione dei prezzi internazionali. Se aumentano i costi dell'energia, aumentano i costi dei fertilizzanti, della trasformazione industriale, della logistica, aumenta il costo di tutta la filiera. Le conseguenze sono evidenti: margini sempre più ridotti per le imprese agricole, maggiore difficoltà a competere sui mercati internazionali, aumento dei prezzi per i consumatori. In uno scenario già così complesso, la contraffazione aggrava ulteriormente la situazione, introducendo una concorrenza sleale che colpisce le imprese che rispettano le regole e investono nella qualità. Allora, torna nuovamente la domanda di fondo: possiamo davvero pensare di difendere un settore così strategico in questo quadro delirante internazionale, limitandoci ad assumere sanzioni nazionali interne? No, non lo possiamo fare. Serve una strategia più ampia: più prevenzione, più controlli, più coordinamento, più Europa nella tutela delle denominazioni, più presenza nei mercati internazionali. Serve accompagnare anche le imprese con la transizione digitale e con la tracciabilità, con una forte azione di promozione del made in Italy. Poi, c'è un ulteriore elemento che questo provvedimento non affronta, a nostro giudizio, in modo adeguato, cioè l'uso improprio dei riferimenti geografici. Esiste un'area grigia che consente di sfruttare nomi e reputazioni senza che si possa sostenere formalmente violata la norma sulle denominazioni protette. Anche lì si annida una parte significativa della violazione dell'identità italiana e anche lì servirebbe un intervento, a nostro giudizio, più coraggioso. Infine, sul metodo: al Senato, in relazione al percorso, era stato ricordato che, pur essendo molto complesso, i tempi erano stati ristretti con un lavoro accelerato in Commissione. Il Governo e la maggioranza sbagliano a pensare che il lavoro parlamentare sia un orpello poco significativo. Respingere gli emendamenti delle opposizioni, alimentare uno scarso dibattito, uno scarso confronto, indebolisce la qualità della produzione normativa. Ne è prova lampante il risultato referendario dove, anche per un ingiusto e intollerabile metodo di arroganza dei numeri, io credo che gli italiani abbiano risposto: no, grazie. È un elemento che si ripete anche su materie sulle quali sarebbe possibile trovare una convergenza di intenti e interessi. Dunque, a nostro giudizio, questi elementi possono determinare un risultato che, poi, non è all'altezza dell'obiettivo alto che pure la norma si prefigge. Se si interviene su un settore strategico come quello agroalimentare, serve dunque maggiore cura, maggior ascolto, maggiore capacità di costruire norme condivise e durature. Dunque, per queste ragioni ribadisco la posizione del Partito Democratico: è una posizione di responsabilità, ma anche di chiarezza. Condividiamo alcuni obiettivi del provvedimento e alcuni contenuti di tale provvedimento, riconosciamo alcuni passi in avanti, ma riteniamo che si sia dispersa l'occasione di adottare misure più larghe, più efficaci, più risolutive rispetto a quelle poi che arrivano qui in Aula e che restano parziali. La lotta alla contraffazione richiede una strategia più ampia, integrata e ambiziosa. Dunque, non ci sottraiamo alla responsabilità parlamentare, ma ribadiamo: la tutela del made in Italy merita strumenti più efficaci e più coraggiosi.